IL POLLINE · LA PAPPA REALE · LA PROPOLI · IL MIELE

Collaborare con la natura, da sempre buoni frutti.
BREVE PRESENTAZIONE SU COS’E’ IL MIELE

Per la biologia animale
Solo le api (e pochi altri insetti a loro simili) fanno miele perché solo loro, tra gli animali che si nutrono di nettare e polline,  hanno la necessità di accumulare scorte di cibo. Risolvono il problema trasformando il cibo fresco dell'estate (il nettare raccolto dai fiori)  in un alimento a lunga conservazione.

Nella definizione legale 
" ... per miele si intende il prodotto alimentare che le api domestiche producono dal nettare dei fiori o dalle secrezioni provenienti da parti vive di piante o che si trovano sulle stesse, che esse bottinano, trasformano, combinano con sostanze specifiche proprie, immagazzinano e lasciano maturare nei favi dell'alveare" (direttiva CEE 22 luglio 1974).

Prodotto animale o vegetale?
Il miele ha una natura duplice. Il ruolo delle api è fondamentale nell'elaborazione del prodotto: solo a loro è possibile compiere questo incredibile lavoro di raccolta di minuscole goccioline per assemblare quantità significative di nettare, da trasformare poi con un processo altrettanto minuto e paziente. La materia prima di partenza però è di origine vegetale ed il miele finito deve le sue caratteristiche, più che a ogni altro passaggio, alla natura, alle caratteristiche e alla provenienza della materia iniziale. Il nettare è una sostanza zuccherina che le piante producono proprio per attirare gli insetti, che si fanno così vettori inconsapevoli dei polline, l'elemento fecondante, che viene in questo modo trasportato su altri fiori. Anche il polline viene raccolto dalle api, ma non serve per l'elaborazione del miele, ma come alimento proteico per le forme giovanili. Nel miele il polline è presente solo in piccolissima quantità, come componente accidentale.
Altro materiale di partenza per la formazione del miele è la melata, in questo caso, è la linfa stessa delle piante, della quale si nutrono insetti quali gli afidi e le cocciniglie. Il surplus di sostanza zuccherina non utilizzata da questi insetti viene riciclata dalle api.

Come alimento
Il miele è formato quasi esclusivamente da zuccheri: questi infatti rappresentano dal 95 a più del 99% della sostanza secca e gli zuccheri semplici, fruttosio e glucosio, ne costituiscono la maggior parte (85-95%), generalmente con prevalenza del primo. Le proprietà fisiche e nutrizionali del miele sono dovute in gran parte a questa composizione e, in particolare, all'alto contenuto in fruttosio. Come alimento il miele può essere visto come una fonte di zuccheri semplici e per questo è un cibo altamente energetico e dolcificante. In questa categoria è l'unico che non necessita di nessuna trasformazione per arrivare dalla natura alla nostra tavola.

Miele o mieli?
Piante diverse danno nettari diversi. Questa è la ragione per cui si parla di mieli al plurale, piuttosto che genericamente di miele. La differenziazione in mieli monofloreali (che provengono prevalentemente dal nettare di un’unica specie) è data da una presenza rilevante su un territorio di una fioritura attraente per le api, ma in parte anche dalla maestria dell’apicoltore, che eventualmente trasporta appositamente le api su questa fioritura ed estrae il miele monofloreale evitando  la contaminazione con raccolti precedenti  e successivi da specie diverse. Il miele monofloreale può essere identificato da un colore, da un profumo e da un sapore caratteristici, a seconda che provenga da fiori di robinia, di castagno, di cardo, di tiglio, di trifoglio, eccetera. Se le api sono in presenza di più fioriture contemporaneamente, il loro prodotto sarà misto e verrà denominato millefiori.

MIELE DI ACACIA

La robinia o acacia , è una pianta a portamento arbustivo o arboreo, appartenente alla famiglia delle leguminose, che può raggiungere i 20 metri d’altezza. Fu importata in Europa dal Nord America all’inizio del XVII secolo da Jean Robin, erborista del re Enrico IV di Francia, da cui prese il nome. In Italia apparve alla fine del XVIII secolo, prima come pianta ornamentale, poi per rassodare i terreni e gli argini delle strade e delle ferrovie. Il legno è buono da ardere. 
Tra i diversi tipi di miele quello di robinia è senza dubbio il più estesamente conosciuto ed apprezzato in Italia. E' la qualità uniflorale più diffusa nei punti vendita della grande distribuzione; la produzione nazionale è largamente insufficiente a soddisfare le richieste e ogni anno ne vengono importati grandi quantitativi dai Paesi dell' Est Europeo (robinia ungherese, soprattutto) e dalla Cina. Alla base del suo successo sono le caratteristiche peculiari: colore chiaro, stato fisico liquido, odore e sapore leggeri e delicati. Queste qualità non si trovano riunite in nessuna altra produzione nazionale e sono molto apprezzate da chi si nutre di miele.
La caratteristica principale di questo tipo di miele risiede nell'alto contenuto in fruttosio, che è alla base della scarsa tendenza a cristallizzare e dell'elevato potere dolcificante. Dal punto di vista della composizione è inoltre caratterizzato dal basso contenuto in sali minerali, in enzimi e in acidità.

Caratteristiche organolettiche
Il miele di robinia  si presenta generalmente liquido; 
può eventualmente presentarsi torbido per la formazione di cristalli, senza tuttavia raggiungere mai una cristallizzazione completa.
Il colore è sempre molto chiaro, da quasi incolore a paglierino.

Alcune parole o espressioni usate per  descrivere l’odore: floreale fine, generico di miele, di cera nuova, leggermente fruttato, di carta, di fiori di robinia…
Il sapore è decisamente dolce, con leggerissima acidità. L'aroma è molto delicato, poco persistente e privo di retrogusto.
Alcune parole o espressioni usate per descrivere l’aroma: vanigliato, confettato, di mandorla dolce sbucciata…
La consistenza varia a seconda del contenuto d'acqua.

IL MIELE

MIELE DI AGRUMI

Gli agrumi sono specie originarie dell’Asia, della famiglia delle rutacee. Piante sempreverdi, prediligono terreni silicei. La specie citrus comprende arancio, limone, mandarino, bergamotto, cedro, pompelmo.

Il miele di agrumi rappresenta uno dei prodotti uniflorali più conosciuti ed apprezzati nel mondo intero. In Italia è secondo, per diffusione nei punti vendita e nelle preferenze di chi ama il miele, solo all’ acacia.Questo è dovuto alle sue caratteristiche organolettiche: colore chiaro, profumo di fiori e sapore dolce piacciono a tutti (o quasi tutti) i consumatori di miele. 
Pur essendo la coltivazione degli agrumi diffusa in tutto il mondo, nelle zone a clima mediterraneo e tropicale, la produzione di miele uniflorale ha luogo soprattutto dove questa cultura assume carattere intensivo e la fioritura avviene in un periodo definito (e non protratto, e quindi sovrapposto ad altre fioriture, come spesso avviene ai tropici); in particolare sono note le produzioni di Messico, California, Florida, Israele, Spagna e Italia. Nel nostro paese si ottengono mieli di agrumi principalmente in Sicilia e Calabria, ma anche Puglia, Basilicata, Campania, Sardegna e Lazio rientrano nelle regioni produttrici.

Caratteristiche organolettiche
Il colore è molto chiaro: da quasi incolore a giallo paglierino quando liquido; da bianco a beige chiaro quando è cristallizzato.
L’ odore è intenso.
Alcune parole o espressioni usate per descriverlo: simile a quello dei fiori dai quali proviene, fiori di caprifoglio, biancospino o melone giallo.
Il sapore è normalmente dolce con leggera acidità, l’ aroma molto intenso.
Alcune parole o espressioni usate per descriverlo: floreale, simile all'odore, ma di tipo più fresco, con tendenza al fruttato.
La tendenza a cristallizzare è di livello medio: è comune in prodotti leggermente umidi, una granulazione piuttosto grossolana, dovuta alla conservazione in ambiente caldo durante il periodo di cristallizzazione. Gli stessi prodotti, deumidificati o tenuti in condizioni diverse (temperatura fresca), svilupperebbero cristalli più fini.

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MIELE DI CASTAGNO

E’ rappresentato da una sola specie, ed è una pianta che può raggiungere i 30 metri di altezza, formando grandi foreste sulle alpi e sugli Appennini. Dà il nome a un tipo di zona forestale, il "castanetum", e l’intervento dell’uomo l’ha portato a uscire dalla sua area di distribuzione tipica. Il castagneto da frutto rappresenta una vera e propria coltivazione agricola per la cura costante che comporta da parte del proprietario. Oggi però la castanicoltura è in netto regresso, sia perché è venuta meno la sua importanza di nutrimento povero per le popolazioni montanare, sia per la comparsa di due funghi parassiti: il cancro del castagno e il mal dell'inchiostro. Questi due fenomeni hanno portato alla rinaturalizzazione di molti castagneti da frutto, con la formazione di un bosco misto di maggior valore naturalistico. Molto diffuso è stato anche il governo a ceduo per ricavare pali per l’agricoltura, ma in molti casi questi cedui hanno subito un abbandono e iniziato a evolversi verso una formazione a fustaia mista con altre latifoglie. 
Il castagno fiorisce a giugno e luglio. 

Caratteristiche organolettiche
Il miele di castagno tende a rimanere liquido, a causa della forte componente di fruttosio. L’eventuale cristallizzazione è molto lenta, non sempre regolare. Il colore è ambrato scuro, con tonalità  rossiccio-verdastre nel miele liquido; se cristallizzato, assume un colore marrone. Sia l’odore che l’aroma sono intensi, è poco dolce, amaro, molto persistente.
Alcune parole o espressioni usate per descrivere l’odore:
aromatico, pungente,acre, verde, vegetale/erbaceo, di legno, di tannino, fenolico, amaro, di ceci lessati, di cartone bagnato, di sapone di Marsiglia
Alcune parole o espressioni usate per descrivere il gusto/aroma: simile all’odore

Variazioni sul tema: il miele di castagno si presenta spesso misto a quello di tiglio (in questo caso viene familiarmente chiamato “castiglio”), a causa della sovrapposizione delle fioriture. Prende allora una nota medicinale, mentolata. Se misto a melata, il colore è più scuro, il sapore meno amaro rispetto a quando è totalmente di nettare. 
Il miele di castagno è una delle principali produzioni nazionali, ma ha fatto fatica ad affermarsi nei gusti di chi acquista il miele, sia per il colore scuro, sia per l’aroma forte e amaro. Solo dagli anni ’80 ha cominciato ad avere un suo mercato. Prima molti apicoltori praticavano addirittura una transumanza “di fuga” per evitare di produrlo. 
E’oggi  uno dei mieli più utilizzati in cucina e in abbinamento con formaggi soprattutto stagionati (pecorini, caprini), ma anche con ricotta.

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MIELE DI EUCALIPTO

L’eucalipto è una pianta sempreverde, originaria dell’Australia, osservata per la prima volta da un botanico francese nel 1792 e introdotta in Italia alla fine del ‘700. Fu adottata alla fine dell’Ottocento nell’Agro Romano per iniziativa dei Monaci Trappisti di un’Abbazia vicina a Roma, sulla base del presupposto (erroneo) che gli effluvi delle piante potessero risanare il territorio dalla malaria: di fatto però la capacità di queste piante di assorbire l’acqua stagnante cominciò a esercitare un effetto benefico. Durante e dopo la bonifica dell' Agro Pontino, avvenuta durante il ventennio fascista, vennero piantati numerosi esemplari di eucalipti in filari, sia con funzione frangivento, sia per limitare la dispersione d'acqua nei casi di irrigazione a lungo getto. Oggi l’eucalipto viene considerato una pianta naturalizzata.  Dalle foglie è possibile estrarre un olio essenziale, l'eucaliptolo: da esso si ricavano prodotti che hanno proprietà calmanti della tosse, antisettiche, balsamiche, antiparassitarie. Il miele di eucalipto è uno di quelli a cui vengono (erroneamente) attribuite le proprietà farmacologiche di altre componenti della pianta.
Fiorisce in luglio-agosto. Le produzioni più abbondanti vengono dalla maremma Toscana, dal Lazio e dalla Sardegna. In Calabria, nel crotonese, si produce un miele uniflorale anche da E. globulus, a settembre. Questo miele ha tendenzialmente un colore più scuro ed un aroma più forte rispetto al miele estivo di E. camaldulensis. 

Caratteristiche organolettiche: cristallizza spontaneamente in tempi abbastanza rapidi dando origine a una massa compatta, con cristalli fini o medi, il colore è da ambrato chiaro a scuro quando è liquido, beige grigiastro quando è cristallizzato. Mediamente intenso all’odorato e al gusto e persistente in bocca.

Alcune parole o espressioni usate per descrivere l’odore: animale, di funghi secchi, di cane bagnato, di dado da brodo, di liquerizia, di formaggio parmigiano stagionato, di affumicato, di caramello, di asfalto bagnato, di foglie della pianta, di “dulce de leche”.
Alcune parole o espressioni usate per descrivere il gusto/aroma: richiama le sensazione percepite all’odorato, di caramella mou alla liquerizia, cappuccino, malto.

Si accoppia molto bene, per affinità, con formaggi stagionati, quali il parmigiano reggiano o il pecorino.

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MIELE DI MELATA

Anche se spesso viene chiamata "melata di bosco", la melata di metcalfa (da Metcalfa pruinosa, flatide appartenente all’ordine dei rincoti, sottordine degli omotteri), prende nome non da una pianta, ma da un insetto, originario dell’America Settentrionale e Centrale, e introdotto accidentalmente in Italia, dove fu avvistato per la prima volta nel 1979 in Veneto, in provincia di Treviso. Di qui ha colonizzato tutto il territorio nazionale e le isole e anche paesi confinanti (Francia, Svizzera, Croazia, Slovenia) parassitando numerosissime piante appartenenti a circa 50 famiglie botaniche. E’ un insetto che si nutre di linfa vegetale, assorbendo la parte proteica ed espellendo quella zuccherina, che viene raccolta dalle api. La melata  prodotta dalla metcalfa, colando sulle foglie, può però costituire un substrato per lo sviluppo di fumaggini (specie fungine) che preoccupano il settore agricolo (la metcalfa attacca infatti vite agrumi, pomacee e drupacee, oltre che siepi ornamentali). Il lancio dell’insetto antagonista Neodrynus Thyphlocybae si è mostrato unfattore abbastanza efficace di contenimento. Per gli apicoltori, dopo i primi anni di raccolti molto ricchi, si è andata manifestando una maggiore incostanza, dovuta in particolare a una serie di annate secche. La metcalfa, così come è soprattutto produttiva di melata nelle zone umide lungo i fossi, nei margini boschivi e nelle siepi interpoderiali, così si avvantaggia dell’umidità stagionale, temendo però la pioggia battente che la dilava nei vari stadi di sviluppo.
La produzione della melata si ha da fine luglio fino ai primi di settembre.

Caratteristiche organolettiche: resta liquido a lungo, ma può cristallizzare, asciutta, vischiosa, filante, di colore ambra scuro fino a quasi nero quando è liquida, assume un colore marrone se cristallizza. Odore e aroma sono di media intensità, in bocca è persistente, può essere caratterizzata da una nota acida e salata.

Alcune parole o espressioni usate per descrivere l’odore: Vegetale/fruttato, di conserva o passata di pomodoro, di frutta cotta, di albicocche essiccate, di caramello, di confettura di fichi, di lievito
Alcune parole o espressioni usate per descrivere il gusto/aroma: di passata di pomodoro, di marmellata di fichi, di frutta secca, di melassa, di malto, di sciroppo erboristico, di bietole o erbe cotte, di datteri

MIELE DI TIGLIO

Il tiglio è tra gli alberi più belli e più alti delle zone temperate. E’ un albero a foglie cadute, che può crescere fino a 20 metri. Il Tiglio selvatico (cordata) è autoctono in tutta l’Europa e la Russia Occidentale, mentre quello nostrano viene dall’Europa Centrale e Meridionale. In Italia è presente su tutta la penisola, ma più frequente nelle regioni centro settentrionali e si spinge fino a 1500 metri. Il tiglio platyphyllos è in genere coltivato a scopi ornamentali, così come il tiglio americano. La diffusione del tiglio è oggi molto limitata per la sostituzione, nelle posizioni più favorevoli, dei boschi spontanei con colture. Sul tiglio può prodursi melata, per attacco di insetti quali l’Eucallipterus Tiliae. Il miele si produce sia nell’arco alpino che in zone urbane o suburbane, sui tigli coltivati. Fiorisce da maggio a luglio. I fiori sono usati in farmacologia per infusi calmanti ed emollienti.

Caratteristiche organolettiche: il miele di tiglio cristallizza in ritardo formando per lo più cristalli grossi e irregolari. Il colore va da ambra chiaro a ambra, con riflessi giallo-verdi nei mieli più puri, quando è liquido; quando è cristallizzato da avorio a beige. All’odore è di intensità media-forte. Così al gusto, ed è molto persistente.

Alcune parole o espressioni usate per descrivere l’odore: fresco, mentolato, balsamico, di farmacia o medicinale, di tisana di fiori di tiglio, di incenso, di resina
Alcune parole o espressioni usate per descrivere il gusto/aroma: rinfrescante, di mentolo e canfora, di medicinale, di noce fresca, di erbe officinali, di salvia e lime, con un finale agrumato e amaro.
Il miele di tiglio, oltre a sposarsi per affinità con tisane d’erbe, è un ingrediente duttile in una varia serie di specialità gastronomiche.

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COSA E' IL POLLINE

Il polline è costituito da una moltitudine di granuli microscopici contenuti nei sacchi pollinici delle antere dei fiori e ha l’aspetto di una polvere diversamente colorata a seconda del fiore. Questi granuli sono le cellule riproduttrici maschili della pianta. Questa polvere viene facilmente trasportata dal vento e riesce a raggiungere gli organi femminili dei fiori (pistilli).
L’altro mezzo di impollinazione, e cioè di dispersione del polline e fecondazione dei fiori, è dato dalle api e da altri insetti pronubi. In cambio del nettare che le attira verso i fiori,  le api trasportano il polline di pianta in pianta. Ma anche il polline stesso è oggetto di interesse alimentare da parte delle api. Se il nettare viene utilizzato come alimento energetico, il polline è l’indispensabile sostanza proteica che permette la riproduzione e la crescita all’interno dell’alveare.

Struttura e qualità di una cellula di polline

La cellula del polline, o granello di polline, è la cellula fecondante della pianta. Essa contiene due nuclei: uno formerà il frutto, l´altro il seme. La cellula è protetta da vari strati che insieme costituiscono sistemi complementari di protezione. L´intina, che avvolge la cellula, ha una struttura costituita da fibre di cellulosa che offre una protezione meccanica contro lo schiacciamento; la sua superficie esterna presenta forme  proprie per ogni specie e varietà. E’ questa varietà di forme che consente di  identificare l´origine botanica  del polline, così come l’origine floreale dei mieli, che conservano sempre traccia dei pollini di provenienza. Inoltre l´intina, essendosi fissata in alcuni terreni,  permette di identificare la vegetazione presente al momento della formazione del terreno in occasione di scavi archeologici. La funzione dell´intina è quella di trattenere l´exina. L´exina è costituita da sostanze grasse solidificate, colorate, ricche di caroteni, aromi, polifenoli, fitosteroli, flavonoidi e vitamine liposolubili antiossidanti. Essa è il concentrato di molecole che il regno vegetale utilizza  per proteggersi dall´ossidazione, dall´attività nociva della luce e dal disseccamento. Per lo più queste molecole sono preziosi micronutrienti  con forte potere antiossidante.
POLLINE

 

Impollinazione e biodiversità

Ogni specie sulla terra può sopravvivere solo grazie al mescolamento genetico. Le piante che possono fecondarne altre a una grande distanza realizzano un mescolamento genetico assai maggiore di quelle che fecondano solo intorno ad esse.  Perché è importante questo mescolamento genetico? Al  verificarsi di cambiamenti  nell´ambiente o al sopraggiungere di nuovi parassiti o malattie, una popolazione variata sarà meno sensibile rispetto a una popolazione consanguinea e omogenea. Ogni pianta utilizza nella sua exina un sistema biochimico diverso di protezione. Il cisto, per esempio, pianta che fiorisce al caldo sole di maggio-giugno, utilizza un filtro solare molto efficace costituito principalmente da carotenoidi e pochi polifenoli, mentre il castagno utilizza molti più polifenoli che carotenoidi . Un grano di polline misura pochi micron (millesima parte di mm). Invisibile a occhio nudo e molto fragile, per fecondare il più lontano possibile deve percorrere diversi chilometri sul corpo dell´ape a una velocità di 50-60 Km/ora, in pieno vento e sotto il sole , resistere ai raggi ultravioletti, al disseccamento e all´ossidazione causati dall´aria. La complessità del suo sistema di protezione è la garanzia che questa microscopica cellula possa adempiere alla sua funzione.
Quando il polline viene trasportato dall´ape sul pistillo di un fiore, inizia un´interazione biochimica tra il polline e la pianta. e il polline è geneticamente molto simile (per esempio della stessa varietà), la germinazione è inibita. Allo stesso modo il polline proveniente dalla stessa pianta è reso inefficace alla fecondazione. L´autoimpollinazione è impossibile. Sarà stimolata la germinazione del polline di un´altra varietà. In natura tutto è effettivamente organizzato per eliminare la "consanguineità".

Come viene raccolto, elaborato e conservato dalle api

Il procedimento con cui le api operaie raccolgono il polline è affascinante. Prima di uscire per bottinare, le api riempiono l´esofago di nettare prelevato dalle scorte dell’alveare. Giunte sul fiore, raccolgono il polline grazie ad “attrezzi” particolari di cui sono dotate. Tramite la peluria che le ricopre e a spazzole di peli rigidi che hanno sulle zampe, le operaie recuperano la polvere di polline riducendola in palline che poi trasportano nelle "cestelle del polline", costituite da lunghe setole arcuate situate nel le zampe posteriori. Per assicurare l’aderenza e la compattezza delle palline, utilizzano il nettare che avevano prelevato all’uscita.  I fermenti presenti nel nettare provocano un´inseminazione nelle pallottoline.

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Le api devono custodire un alimento straordinario, più ricco in proteine della stessa carne e del pesce e che proprio per questa sua ricchezza è molto delicato poiché gli stessi microrganismi di cui è ricco potrebbero danneggiarlo. L´ape produce il polline alla temperatura dell’alveare, che è di 36°C, una temperatura che, insieme con una elevata umidità, consente lo sviluppo delle larve impedendo a loro e al loro nutrimento (la pappa reale) di seccarsi. Temperatura e umidità che potrebbero però rendere difficile la conservazione del polline.  Per conservarlo, le api allevano dei fermenti lattici e alcuni lieviti nel nettare immagazzinato vicino alla covata. Questo procedimento microbico, costituito da 5-8 fermenti e da 3 lieviti, ha il compito di impedire qualunque putrefazione batterica del polline. Una pratica, degna di un procedimento industriale, che è patrimonio dell´ape da milioni di anni. Il polline così elaborato dalle api e immagazzinato nei favi prende il nome di pane d’api.

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Come viene raccolto dall’apicoltore

Per intercettare le palline di polline raccolte e trasportate dalle api, l’apicoltore applica all’ingresso dell’alveare una “trappola da polline”: per entrare nell’alveare l’ape attraverserà delle restrizioni che ne permetteranno  il passaggio solo a patto di perdere le palline. Staccandosi, esse cadranno in un cestello sottostante dove verranno successivamente raccolte dall’apicoltore. La trappola da polline non intercetta la totalità del polline, così alle api non verrà a mancare il nutrimento. Esse potranno passare, per esempio, con palline di polline molto piccole. Siccome comunque la trappola rallenta l’attività di rientro delle api, essa viene applicata in modo mirato solo nei periodi dove si prevede un forte raccolto di polline.

Ricchezza alimentare

Il polline allo stato fresco può contenere da 1 a 10 milioni di  fermenti lattici per grammo, fermenti che hanno un benefico effetto sulla flora intestinale e il transito. Contiene anche fibre, che contribuiscono a regolarizzare le funzioni intestinali. A seconda della provenienza floreale, il polline contiene in diversa misura beta-carotene (che l’organismo trasforma in vitamina A), vitamine del gruppo B, vitamina E, vitamina C, minerali (calcio, zinco, magnesio e fosforo), flavonoidi e fitosteroli.

Pollini millefiori e pollini monofloreali

E’ stato Patrice Percie du Sert a commercializzare, insieme al polline “millefiori”, anche una serie di pollini monofloreali, in particolare quello di salice, di cisto, di erica, di castagno, sottolineando sia la diversa composizione in principi nutritivi che rende l’uno o l’altro più adatto a una serie di problematiche della salute, sia la differenziazione organolettica e la gradevolezza.

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Sono possibili allergie o intolleranze al polline?

Allergie e intolleranze sono fenomeni diversi, entrambi in crescita nella popolazione adulta dei paesi industrializzati. In Italia riguardano soprattutto frutta e verdura e in particolare mela, pesca, kiwi, noci, arachidi, pomodoro e sedano. Ma possono riguardare anche latte, pesce, arance, uova, soia, crostacei.
Le allergie sono molto meno frequenti delle intolleranze alimentari (circa 20 casi su 100). I sintomi si manifestano rapidamente e violentemente dopo l’ingestione di cibo, quindi è facile riuscire a collegarli alla causa. Esistono inoltre test cutanei di allergia, per individuarle.
I sintomi sono simili a quelli di chi soffre di allergie da polline: arrossamenti della pelle con prurito, problemi respiratori (riniti, congiuntiviti, asma), nausea, vomito, diarrea.
Le intolleranze compaiono dopo un lungo periodo di tempo, cioè fino a che l’organismo ha raggiunto un limite nel tentativo di produrre meccanismi compensatori di tolleranza per un certo alimento. I disturbi sono gli stessi delle allergie, ma meno acuti. Possono riguardare latte e latticini, lieviti, frumento, olio d’oliva, olii vegetali.
In entrambi i casi si prescrive l’esclusione dell’alimento dalla propria dieta.
I pollini raccolti dalle api  non sono quelli trasportati dal vento, come quelli di conifere o graminacee, e che danno di solito origine a manifestazioni allergiche respiratorie. Le piante che hanno scelto le api come strategia di disseminazione producono un polline privo di allergene, ma molto ricco di micronutrienti dai benefici effetti.
Però c’è dall’uno al due per mille della popolazione che è allergica ai pollini raccolti dalle api. In genere si tratta di persone che hanno allergie generalizzate, che reagiscono cioè a più di otto-dieci allergeni.
Si può tentare di mettere in bocca pochi granuli di polline e tenerli per un po’ senza deglutire. Se si nota un ispessimento e/o un’infiammazione della mucosa della bocca significa che c’è reazione e non bisogna consumare polline. Se la gola pizzica o la voce diventa roca per un breve lasso di tempo, è solo un effetto momentaneo che, d’altra parte, è benefico per le corde vocali.
C’è poi il 2% di persone che hanno una specifica intolleranza alimentare al polline: questo provoca dei dolori alla pancia, delle nausee, ma non è un problema di tipo allergico, devono solo aspettare che passi. Alcuni riescono a superare questo problema assumendo il polline in piccole quantità che diventano poi crescenti, altri hanno un problema solo con un tipo di polline, da qui l’interesse di poter disporre di pollini monofloreali. E c’è chi comincia solo dopo molto tempo a manifestare un’intolleranza. In genere sono quindi intolleranze alimentari, che possono essere definitive o temporanee, più che allergie.
Le persone allergiche al polline anemofilo possono, senza alcun problema, sfruttare l’altissimo valore alimentare del polline raccolto dalle api. E’ necessaria solo un po’ di prudenza nel caso siano allergiche a un gran numero di allergeni. Altrimenti potranno ricavarne un gran beneficio e le loro reazioni allergiche diminuiranno di intensità.

COSA E' LA PAPPA REALE

La pappa reale si presenta come una sostanza gelatinosa, per questo è anche definita “gelatina reale”. Il suo colore è bianco-giallognolo a riflessi perlacei, astringente in bocca e dal sapore acidulo, simile a quello dello yogurt, ma anche leggermente zuccherino. L’odore è di tipo fenolico (ricorda quello dell'inchiostro, del cerotto, o di certe vernici). Tende a ispessirsi con l’invecchiamento e il suo colore può modificarsi a contatto con l’aria.
Essa è il prodotto di una secrezione delle ghiandole ipofaringee e mandibolari delle api nutrici, quelle cioè che, nel succedersi determinato dall’età delle funzioni dell’alveare, hanno tra i 4 e i 15 giorni di vita. La pappa reale deriva dalla trasformazione del polline, che costituisce il principale alimento proteico delle api, e dunque destinato principalmente a crescere e mantenere le strutture del corpo; a differenza del polline, che è una struttura biologica quasi completamente di origine vegetale (eccetto alcune sostanze aggiunte dalle api per appallottolarlo e conservarlo), la pappa reale è totalmente di elaborazione animale. Essa viene utilizzata subito dopo la secrezione, non viene immagazzinata come il polline e il miele.

la pappa reale

Costituisce il nutrimento esclusivo di tutte le larve di api dalla schiusa al terzo giorno di vita, nonché di quelle larve destinate a svilupparsi in regine fino al loro quinto giorno di vita larvale (il momento in cui la cella viene opercolata e lo sviluppo avviene come in un bozzolo); e infine dell’ape regina per tutta la durata della sua vita. E’ questo nutrimento a far sì che la regina, nata da un uovo identico a quello di un’ape operaia, diventi in meno giorni due volte più grossa e pesante. Che la sua larva riesca ad aumentare di circa duemila volte in cinque giorni il suo peso. Ed anche che una regina possa avere una durata di vita che può arrivare fino a cinque anni, mentre un’operaia vive intorno ai 45 giorni; e infine, che essa sia in grado di deporre fino a 2000 uova al giorno per alcuni anni.
Questi dati, che sono assodati a livello della vita dell’alveare, vengono spesso utilizzati per cantare le lodi della pappa reale, estrapolandoli sull’uomo. In realtà, anche se la pappa reale resta una miscela unica per ricchezza di sostanze attive, il corpo umano e l’organismo alveare sono sottoposti a regole diverse: questa crescita rapida e veloce è comune a molti altri insetti, e così il meccanismo che regola la longevità degli insetti è diverso da quello che regola la vita dei mammiferi.

Come si produce

La pappa reale si produce utilizzando e orientando ai propri fini i naturali meccanismi biologici dell’alveare. La quantità di pappa reale che le api producono ordinariamente, per nutrire la regina e le larve fino a tre giorni di età, è in realtà molto piccola. Ma c’è un periodo speciale in cui ne producono invece in grande quantità: quello primaverile della “sciamatura”, la modalità con cui le famiglie d’api si riproducono. La vecchia ape regina si prepara a sciamare dall’alveare con una parte delle api, nel momento in cui esso ha raggiunto un livello ormai traboccante del suo sviluppo, mentre le api, che in questo “troppo pieno” non riescono più ad avvertire tramite i feromoni la sua presenza, allevano tutta una serie di nuove regine. A questo scopo costruiscono un gran numero di celle rotonde destinate alle larve reali riempiendole di questo ricco nutrimento.

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L’allevamento volto alla produzione di pappa reale non fa che imitare ad arte questa situazione primaverile: si preparano alveari senza regina e pieni d’api e di covata nascente, con un grande afflusso, come a primavera, di nettare e polline (che l’apicoltore può somministrare direttamente se in quel momento mancasse in natura). Si inseriscono delle stecche di legno contenenti cupolini che imitano la forma che hanno le celle reali all’inizio. In ognuno di questi cupolini viene “innestata” una larva d’ape, prelevata da una cella di operaia, dell’età di due giorni: è solo al terzo giorno infatti che una larva si trova a un bivio e ha un percorso diverso a seconda che diventi regina oppure operaia. A questo punto le api, cui manca una regina, allevano seguendo un meccanismo biologico ineludibile tutte le sostitute inserite ad arte, producendo così grosse quantità di pappa reale. Si verifica però, dopo circa 72 ore, una fase in cui la pappa reale è al suo massimo, dopodiché la larva reale comincerebbe a inglobarla ingrossando a sue spese; ed è proprio allora che l’apicoltore toglie le celle artificiali inserite, e, mettendo da parte le larve, raccoglie la pappa reale.

Cosa contiene

I principali costituenti della pappa reale fresca sono acqua (57-70%), proteine (14-15%), zuccheri (12-13%), lipidi (3-4%) e minerali (2%). Delle sostanze proteiche, gran parte sono aminoacidi, di cui gli otto considerati indispensabili all’organismo umano (isoleucina, leucina, lisina, metionina, fenilanina, treonina, triptofano e valina). Gli zuccheri sono costituiti principalmente da glucosio e fruttosio, e, in misura minore, da maltosio, tralosio, melibiosio, erlosio e ribosio. I lipidi sono per lo più costituiti da acidi grassi, i cui più rilevanti sono l’acido cheto-trans-decendioico e l’acido idrossi-trans-decendioico. Tra i minerali, in ordine decrescente di concentrazione, sono presenti potassio (nettamente prevalente), calcio, sodio, zinco, ferro, rame e manganese. Tra le vitamine, particolarmente abbondanti sono quelle del gruppo B, in particolare l’acido pantotenico (vitamina B5). E’ presente anche acetilcolina, un neurotrasmettitore e vasodilatatore, oltre che fattore antibatterico e antibiotico. In letteratura si parla spesso di una frazione ancora sconosciuta della pappa reale, la cui composizione contiene, in conclusione, un notevole numero di elementi indispensabili alla vita dell’uomo in una prodigiosa sinergia che sarebbe impossibile da realizzare in laboratorio.

Proprietà e usi principali
Prima di accennare alla continua produzione di nuovi studi e ricerche che esplorano in numerose direzioni l’utilizzazione medica della pappa reale, è opportuno rendersi conto delle proprietà ormai consolidate da un uso decennale e da ricerche scientificamente impostate (ignoriamo espressamente qui quelle che si basano sull’inoculazione ai topi di sostanze irritanti o altrimenti nocive, per verificare poi eventuali benefici della pappa reale, perché guardiamo al regno animale senza preferenze, con equanime compassione).

Mentre dalla maggior parte degli autori viene sottolineata la sostanziale innocuità del prodotto, i benefici della pappa reale sono in primo luogo nutritivi, energetici e metabolici. La pappa reale viene consigliata:

  • per sostenere il corpo durante i cambi stagionali
  •  in periodi di stress e di sforzo lavorativo, incluso lo sforzo mentale
  • in casi di depressione (in questi casi possono giocare una ruolo particolare l’acetilcolina e le vitamine del gruppo B)
  • durante le convalescenze o in occasione di periodi di ospedalizzazione
  • come stimolante dell’appetito
  • come immunostimolante
  • come tonico
  • come stimolante del metabolismo
  • per bambini prematuri o con deficienze nutrizionali e pazienti anziani
Come si conserva? Quanta se ne assume? Come si trova in commercio?

La pappa reale si trova in commercio fresca, liofilizzata, in miscela col miele e con altri prodotti dell’alveare, in pillole, capsule, lozioni, creme, unguenti, shampoo ed emulsioni. Il solo uso che raccoglie un’unanimità di consensi è quello della pappa reale fresca, che si conserva bene per 10-12 mesi a una temperatura tra 0 e 5 gradi. Ne viene consigliata l’assunzione a digiuno e per via sublinguale (cioè ponendola sotto la lingua e lasciandola sciogliere), per evitare, semplicemente deglutendola, una sua degradazione da parte dei succhi digestivi e gastrici. Le dosi consigliate si aggirano intorno ai 500 mg al mattino (dose che va ridotta a un terzo per il prodotto liofilizzato rispetto a quella del prodotto fresco). Va assunta per almeno 6 settimane, un periodo che può essere rinnovato varie volte nel corso dell’anno. Ci sono diverse posizioni invece sull’uso della pappa reale liofilizzata o mescolata ad altri prodotti. La ragione dei dubbi sta nell’estrema instabilità della pappa reale (è per questo che va conservata a una temperatura bassa e costante): basterebbero sette ore di esposizione all’aria per privarla delle proteine. Chi dubita della forma liofilizzata fa notare come il processo di liofilizzazione esponga la pappa a sbalzi termici che potrebbero danneggiare le sostanze più volatili. Un cosmetologo come Gianni Proserpio sottolinea la labilità della pappa reale notando come la sua incorporazione a cosmetici non possa avvenire a temperature superiori a 30-35°, pena la distruzione del prodotto, e come debba rimanere in ambiente acido e mai superare il pH di 4,5, dubitando che un prodotto “così labile e delicato” possa conservare tutte le sue prerogative incorporato in un’emulsione. Arrivando a consigliarne eventualmente un uso orale per attendersi un’eventuale beneficio a livello cutaneo. Altri autori la consigliano solubilizzata in ossimele (prodotto della fermentazione naturale del miele, la stessa sostanza usata dalle api per conservare la pappa reale nella celletta della regina prima della opercolatura), che ne migliorerebbe anche l’assimilazione.

Può dare allergie? Ci sono controindicazioni?

Un classico libretto divulgativo del dr. Yves Donadieu del 1981 nega che esistano controindicazioni, incompatibilità con altre terapie o che inconvenienti si siano mai verificati. Ma in letteratura sono segnalati successivamente sporadici casi, tra cui uno di anafilassi (Roger A, e altri, Barcellona, 1995). Casi di gastroenterite eosinofilica (Yonei e altri, 1994), di colite emorragica (Murakami e altri, 2008), di dermatosi da contatto (Takahashi e altri, 1985), e di allergia (Susumu, 2011) sono stati segnalati in Giappone. Inoltre casi di asma (Leung e altri, Australia, 1993), broncospasmi (Laporte e altri, Spagna, 1995), persino un caso di asma con esito letale (Bullock e altri, Australia, 1995). Dunque, nonostante si tratti di casi estremamente sporadici, occorre ricordare che i prodotti dell’alveare possono presentare controindicazioni per persone che soffrono di allergie gravi al polline o soffrano di ipersensibilità ai prodotti stessi. La ricchezza di proteine della pappa reale costituisce per altro verso un potenziale allergenico.

Studi

Numerosi ricerche continuano a indagare l’uso della pappa reale in ambito cardiologico, gastroenterologico, ginecologico e urologico, neuropsichiatrico, dermatologico, oftalmico, stomatologico, pediatrico, gerontologico.

Bibliografia essenziale in italiano
Umberto Nardi: Apiterapia, ed. Aporie, 1992
Cristina Mateescu: Apiterapia, ed. M.I.R. 2008
Theodore Cherbuliez: Curarsi con tutti i prodotti delle api, ed RED/Studio redazionale, 2006

Ormai introvabili, ma forse ancora reperibili in qualche biblioteca, il classico di Yves Donadieu: Pappa Reale, Maloine editore, Parigi, 1981, e Gianni Proserpio: L’ape cosmetica, edizioni Erboristeria Domani 1981, che fornisce un approccio critico e disincantato.

COSA E' LA PROPOLI

Le gemme di certi alberi sono ricoperte da una patina resinosa: essa le protegge dagli agenti patogeni, che potrebbero infettarle.Nelle giornate calde d’estate, le api prelevano questa sostanza e la raccolgono in piccoli carichi, che trasportano, attaccati alle zampe posteriori, fino all’alveare. Questa sostanza viene elaborata tramite le loro secrezioni ghiandolari, modificandone in parte la struttura chimica. Della sua vasta gamma di proprietà, le api la utilizzano soprattutto per la sua azione antisettica, per neutralizzare funghi, batteri e virus, “dipingendo” con essa le pareti interne dell’alveare e il fondo delle celle destinate a ospitare covata o miele. Bisogna ricordare che l’alveare, con le sue 40.000-60.000 api e le loro 100.000 trasferte giornaliere, con una temperatura che si aggira intorno ai 36° e un’umidità relativa del 70%, potrebbe costituire un erreno ideale per lo sviluppo di batteri. Eventuali piccoli intrusi penetrati nell’alveare e difficili da trasportare fuoricoleotteri, per esempio, ma persino topi) possono venire uccisi e “imbalsamati” all’interno dell’alveare, isolandoli con uesta sostanza e arrestandone la decomposizione. Le api utilizzano la propoli anche come materiale da costruzione, per otturare le fessure dell’alveare, per fissare gli elementi mobili dell’arnia, per ridurre gli spazi che non corrispondono al loro innato senso della geometria e, laddove l’apertura di ingresso dell’alveare sia troppo larga, per ostruirla con blocchi di questa materia, lasciando soltanto lo spazio necessario. E’ per questa funzione che essa prese fin dall’antichità (probabilmente da Aristotele, nel IV secolo avanti Cristo) il nome di propoli: pro= davanti, polis= città, davanti alla città e dunque difesa della città. 

Storia e usi della propoli

Sono documentati usi del propoli fin dall’antichità, come componente di profumi e come medicina. Il romano Plinio il Vecchio (I secolo dopo Cristo), studioso di scienze naturali, fa cenno a una proprietà della propoli di estrarre spine e aculei dalla carne, di ridurre il gonfiore e lenire i dolori articolari. Il suo contemporaneo medico, botanico e farmacista Dioscoride, oltre a citare l’estrazione di spine, aggiunge quella di guarire la tosse. 
Vi era una conoscenza della propoli anche nel mondo Arabo. Avicenna (980-1037), nel “Canone della medicina”, la cita, sempre per la sua capacità di estrarre punte, e anche per quella di purificare e assorbire.
La conoscenza della propoli si sviluppò soprattutto in Russia (dove l’ape locale, apis caucasica, è particolarmente portata alla sua raccolta). Già un trattato di medicina georgiano del XIII secolo la suggerisce come componente di un trattamento per la carie.
Sembra che la propoli venisse utilizzata dai liutai italiani del XVIII secolo. L’analisi macro e microscopica di un violino “Guadagnini” del 1750 rivelò la presenza di polline e pezzi d’ape, il che fa pensare a una vernice a base di propoli. Ricercatori tedeschi provarono a riprodurre la vernice dei liutai italiani, ma elementi balsamici contenuti nella propoli tedesca rendevano difficile l’essicazione della vernice, al contrario di quella proveniente dai dintorni di Cremona, centro della liuteria italiana.
Si ha notizia di uso della propoli per il trattamento delle ferite nella guerra anglo-boera, a fine Ottocento in Sudafrica.
Nel 1947 l’Istituto veterinario di Kazan, nelle vicinanze degli Urali, cominciò a studiare le proprietà antimicrobiche della propoli. Negli ultimi 40 anni l’indagine scientifica sulla propoli è stata dominata da Russia, Romania, Iugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia e Bulgaria.
Solo a partire dai primi anni 70 si assiste anche in occidente a una crescita di considerazione per la propoli, nel contesto della riscoperta dei prodotti naturali.

Dove viene raccolta la propoli

La composizione della propoli cambia a seconda della vegetazione locale. Si possono però distinguere due “famiglie” principali di propoli. Nelle regioni a clima temperato, in Asia, Europa e America la fonte dominante di propoli sono le gemme di pioppo. In Brasile la corteccia della Baccharis Dracunculifolia dà origine alla cosiddetta “propoli verde”. La loro composizione è diversa.

Due sistemi di raccolta della propoli

Esistono due sistemi di raccolta: il primo consiste nella raschiatura delle costruzioni di propoli dall'interno degli alveari, un lavoro che l’apicoltore riserva di solito per l’inverno, quando è il momento di rimettere in sesto i materiali. Parte di questa propoli di raschiatura, se questa pulizia non viene effettuata regolarmente tutti gli anni, può aver subito un processo di ossidazione.

Il secondo sistema consiste nella utilizzazione di griglie, che vengono collocate al posto della soffitta dell’alveare: gli interstizi vuoti delle griglie inducono le api, che regolano gli spazi dell’alveare secondo una geometria precisa, a riempirli con la propoli. Questa tecnica viene applicata nella stagione calda, quando le api spontaneamente raccolgono la propoli: con questo metodo la propoli è più facile da raccogliere, e il suo livello di freschezza e purezza molto maggiore.

LA PROPOLI 1 LA PROPOLI 2

Cosa contiene la propoli

La propoli contiene 300 molecole attive, ed è composta dal 30% di cera, contenuta nella propoli stessa o secreta dalle api, dal 50% di resine e sostanze balsamiche, dal 10% di olii essenziali, dal 5% di polline e dal 5% di materie organiche o minerali. La componente più interessante è data dai flavonoidi, che sono composti chimici vegetali diffusi nelle piante superiori e  hanno molteplici proprietà, tra cui quelle antiossidanti, protettive della permeabilità dei capillari ematici e linfatici, antiinfiammatorie nei processi che colpiscono le mucose, la pelle e le articolazioni, e, tra l’altro, favoriscono l’assunzione della vitamina C e del calcio. I principali flavonoidi presenti nella propoli sono Pinocembrina, Galangina, e Quercetina. Sono anche presenti nella propoli anche composti fenolici  (in particolare l’Acido Caffeico dalle proprietà antiossidanti e antiinfiammatorie).

Le proprietà della propoli
  • Azione battericida o batteriostatica contro un grande numero di diversi batteri per esempio Helycobacter Pylori, Streptococcus mutans, Streptococcus Aureus, Streptococcus pneumoniae, Streptococcus pyogene, Escherichia Coli, Haemophilus Influenzae, Moraxella Catarrhalis, Bacillus Cereus, Campylobacter jejuni, Pseudomonas Aeruginosa e altri.
  • Rinforza l’azione degli antibiotici (vale per la penicillina, per la sefralina, per la doxiciclina, ma non per l’ampicillina), e riduce la formazione di resistenza agli antibiotici.
  • Anti-infiammatorie.
  • Antivirali, per esempio contro il virus dell’herpes.
  • Anticoaglulante (inibisce la coagulazione delle placche sanguigne).
  • Fungicida (per esempio contro la candida albicans).
  • Antiparassitario (par ex. trichomonas).
  • Inibisce la crescita di cellule tumorali.
  • Antiossidante.
  • Cicatrizzante.
  • Immuni-Regolatore.
  • Anestetico locale.
  • Effetto disintossicante e protettivo del fegato.
  • Stimolante della circolazione sanguigna.
I suoi usi possibili in pratica
  • Nella rino-faringite, bronchite, laringite, faringite e angina.
  • Nei casi di herpes e influenza.
  • Nelle ulcere di stomaco e intestino.
  • Nelle bruciature e nelle ferite.
  • In ulcere, eczemi, acne e foruncoli.
  • In affezioni articolari degenerative e infiammatorie.
  • Nelle infezioni urinarie e vaginali.
  • In agricoltura: contro funghi e microorganismi patogeni (Oidium sp, Fusarium sp, Phitoptora sp, Esclerosis sp, Batteriosi sp, Peronospora sp, Botrytis, Alternaria sp, ecc.), parassiti (Afidi), e come cicatrizzante dopo la grandine; come trattamento post-raccolta conservativo di mele e agrumi.
  • In veterinaria: per una vasta serie di usi, come per le mastiti delle mucche, come additivo alimentare per le galline ovaiole, per vari disturbi degli animali da compagnia (eczemi, infezioni), ecc...
I prodotti in commercio

E’ possibile trovare prodotti a base di propoli in erboristeria o in farmacia, in forma:

  • liquida, e cioè di tintura idroaalcolica oppure di estratto a base di glicole propilenico (il secondo consigliato per i bambini, o per chi non potesse assumere alcool per ragioni dietetiche o religiose)
  • di sciroppo;
  • di spray e aerosol per naso, bocca e gola;
  • di pomate e unguenti per uso soprattutto dermatologico;
  • di dentifrici, shampoo, saponi;
  • di pastiglie masticatili;
  • di capsule di gel duro o morbido.